PROBLEMI NUTRIZIONALI NEGLI ANZIANI
L’invecchiamento della popolazione
In Italia, gli ultrasessantacinquenni sono ormai quasi il 20% della popolazione. L’aumento della vita media e la speranza di poter migliorare ulteriormente sia la longevità sia la qualità della vita degli anziani hanno fatto convergere un grande interesse scientifico e medico-sociale sui fenomeni che condizionano l’invecchiamento.
È stata data una crescente e giustificata importanza al comportamento alimentare per le implicazioni fisiopatologiche insiste nella carenza o nell’eccesso abituale di alcuni nutrienti, una serie crescente di studi trasversali e longitudinali su gruppi sempre più numerosi di popolazione testimonia indiscutibilmente i vantaggi di un’alimentazione equilibrata per quantità e varietà di nutrienti. Allo stato attuale delle conoscenze, si può convenire che l’anziano sano e fisicamente attivo non ha motivo di cambiare le sue abitudini alimentari, ma adeguarle quantitativamente alle ridotte richieste di base e quindi al minor costo energetico dei consumi vitali.
La forzata sedentarietà o la lesione anatomica o funzionale di singoli organi richiedono degli accorgimenti dietetici qualitativi che la moderna scienza dell’alimentazione sta imparando a dosare. Orientando meglio le scelte alimentari dei giovani si possono gettare le basi per una longevità che non dovrà essere pagata con una serie di rinunce o di proibizioni alimentari ma soltanto con una varietà programmata, con scelte compensatorie che assicurino il mantenimento del giusto peso corporeo nonché l’equilibrio percentuale tra i nutrienti plastico-energetici e la costante presenza degli elementi bioregolatori.
I problemi nutrizionali, finiscono per assumere una particolare complessità negli anziani, sia per un’obiettiva difficoltà di attuare le direttive dietetiche, sia per le ridotte possibilità biologiche di adattamento e di compenso funzionale di cui dispongono i più anziani.
Stato di nutrizione e fabbisogno energetico
La composizione corporea dell’anziano risente di una serie di cambiamenti fisiologici, tra cui l’aumento del tessuto adiposo e la diminuzione sia del volume plasmatico e dell’acqua corporea, sia delle masse muscolari (tabella 13.1)
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TESSUTO ADIPOSO
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+35%
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MUSCOLI SCHELETRICI
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-40%
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VOLUME PLASMATICO
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-8%
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ACQUA CORPOREA TOTALE
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-17%
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ACQUA EXTRACELLULARE
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-40%
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Come diretta conseguenza della diminuzione della massa protoplasmatica attiva, si osserva negli anziani una proporzionale riduzione del costo energetico del metabolismo basale.
A questa riduzione, va aggiunto il progressivo declino dell’attività fisica volontaria che si traduce percentualmente in una caduta di spesa energetica ancora più sensibile.
Le diminuite necessità energetiche dell’anziano hanno come causa predominante la sedentarietà o peggio la forzata limitazione del movimento a cui gli anziani possono essere costretti da molteplici patologie. Il riferimento generico alle necessità energetiche fornite dai LARN per gli anziani o le indicazioni annesse alle linee-guida non sono destinate al singolo soggetto ma a delle collettività di anziani e perciò sono utili per l’ elaborazione di diete per case di cura o di riposo destinate agli anziani.
Il mantenimento dell’equilibrio ponderale rappresenta un traguardo sempre consigliabile, da perseguire con un impegno meno drastico di quello che si deve pretendere nel caso di soggetti più giovani. Una modica eccedenza di peso può essere tollerata, secondo le più recenti evidenze epidemiologiche, purchè non coesistano situazioni patologiche che richiedono obbligatoriamente la riduzione dell’eccesso ponderale, come l’ipertensione, il diabete non insulino-dipendente in soggetti obesi, le iperlipidemie o l’insufficienza respiratoria.
In Italia la malnutrizione proteico-calorica non è risultata particolarmente frequente, ma è stato riscontrato il deficit di uno o più nutrienti (soprattutto caalcio, ferro, zinco e singole vitamine).
La prevalenza del sovrappeso è sorprendentemente elevata, sia a livello nazionale che regionale.
Fabbisogno proteico
Il fabbisogno proteico degli anziani è un problema tuttora controverso. La quantità di proteine da introdurre con l’alimentazione sembrerebbe intuitivamente inferiore a quella stimata per un giovane adulto, dato che il pool proteico dell’organismo si riduce con l’età ed il turnover è più lento. Numerose osservazioni sperimentali documentano che gli apporti della quota proteica influenzano negativamente il bilancio del calcio.
E’ noto che le diete iperproteiche si associano ad ipercalciuria e ad iper-paratiroidismo con inibizione del riassorbimento renale del calcio. La normalizzazione dell’apporto proteico può migliorare non soltanto l’evoluzione clinica delle fratture ma aqnche il bilancio del calcio nella osteoporosi senile.
Quota lipidica e ipercolesterolemia
I livelli di colesterolo tendono comunque a stabilizzarsi dopo i 60 anni per l’uomo e i 70 anni per le donne.
L’aliquota di calorie da lipidi non dovrebbero essere diversa da quella già raccomandata per gli adulti; non più del 30% con prevalenza per gli acidi grassi monoinsaturi, e non più del 7-8% ciascuno per i saturi e per i polinsaturi.
L’ olio extravergine di oliva trova una collocazione ideale nella dieta dell’anziano per la richezzsa di vitamina E e di antiossidanti naturali; l’opportunità di assumere qualche porzione settimanale di pesce come fonte naturale di acidi grassi della serie w3 e in particolare di EPA e DHA la cui derivazione dall’acido linolenico risulta spesso insufficiente per l’accertato declino funzionale enzimatico, in particolare della delta-6-desaturarsi.
Carboidrati semplici e complessi, ridotta tolleranza glicidica
Una volta fissato il 10-15% di calorie da protidi ed il 25-30% da lipidi, ai carboidrati compete il 50-60%, salvo un 7-10% di energia da etanolo che, da caso a caso potrebbe essere concesso agli anziani che abbiano sempre avuto l’abitudine di bere vino o birra.
Oltre i 65 anni di età, la prevalenza del diabete sarebbe pari al 9% degli anziani sarebbe affetto da ridotta tolleranza glicidica. Negli anziani in forte sovrappeso anche il bersaglio parziale di una modesta riduzione ponderale può dare risposte utili, senza stravolgimenti controprudenti delle abitudini alimentari.
Pur non dovendo sopravvalutare un modesto rialzo della glicemia a digiuno o sotto carico nell’età più avanzata, mantenere l’aliquota giornaliera di zuccheri semplici al di sotto del 10-15% delle calorie totali, con l’avvertenza di sconsigliare l’assunzione di bevande dolci o dolcificate lontano dai pasti, quando manca l’azione modulante degli altri nutriente sull’assorbimento.
Sarà prudente utilizzare l’aspartame o altri sostituti dello zucchero, in modo da lasciare più campo, a qualche dolce da forno, da consumare nella prima colazione e agli zuccheri semplici della frutta e del latte.
Fabbisogno di liquidi
L’ equilibrio del bilancio idrico è importante per l’omeostasi degli anziani e richiede un attento monitoraggio, in caso di malattia renale. La necessità giornaliera di liquidi è mediamente di 1 ml/kcal o di 30 ml/kg di peso corporeo, va tenuto conto anche del ricorso troppo frequente ai diuretici da parte degli anziani. Il segnale della sete sembra meno pronto e meno intenso rispetto ai giovani.
Fabbisogno vitaminico-minerale
Le carenze che più frequentemente ricorrono nelle inchieste sullo stato nutrizionale degli anziani riguardano le vitamine A e C, l’acido folico, il ferro e il calcio.
Diverse funzioni digestive risultano meno efficienti nella senescenza ma se non intervengono eventi patologici le riserve funzionali garantiscono comunque un sufficiente assorbimento di macro e micronutrienti.
Un’esagerata introduzione di fibre alimentari può contribuire, all’insorgenza di specifiche carenze, non tanto per un improbabile eccesso di introduzione con gli alimenti ma per l’autoprescrizione di prodotti dietetici a base di crusca, nella speranza di attivare la ridotta motilità dell’intestino e di fronteggiare l’abituale stipsi. I farmaci possono inferire con l’assorbimento di vitamine e di minerali.
Il frazionamento dei pasti
L’abitudine di molti anziani di accentrare su uno o due soli pasti il fabbisogno alimentare giornaliero è dannoso per una serie di fattori, tra cui l’impiego digestivo, l’elevazione dei valori ematici, il sovraccarico cardiorespiratorio.
Invecchiamento e radicali liberi: lo stress ossidativo
È solito collegare il cosiddetto “invecchiamento” ad un’età compresa tra i 65 anni e i 90, tuttavia già tra i 40 e i 50 anni di età compaiono modificazioni obiettive della composizione e della funzionalità corporea.
Il co-fattore genetico, si combina nella vita di ognuno con tutta una serie di altri fattori, positivi o negativi, in grado di esercitare complessivamente un’influenza perfino superiore a quella del marchio di fabbrica genetico.
Sul piano epidemiologico, la teoria della “restrizione calorica” ha trovato dei convinti sostenitori,
La teoria della restrizione calorica si basa, sul fatto che un apporto calorico-alimentare ridotto, garantisce negli animali da laboratorio e spesso nell’uomo un aumento della vita media, verosimilmente per la riduzione dello stress ossidativo.
Lo stress ossidativo è dovuto ad uno sbilanciamento tra produzione di radicali liberi e difese antiossidanti endogene o esogene, subordinate al tipo di alimentazione.
Senza addentrarci in disquisizioni teoriche, possiamo convenire che il sovrappeso ed il fumo di sigaretta sono fattori negativi per la longevità, un metodico grado di attività fisica, prevalentemente aerobica, è un fattore positivo.
La combinazione esercizio fisico aerobico e dieta equilibrata-normocalorica comporta naturalmente sia il mantenimento del peso ideale che degli indici lipidici.
Una volta accettato il principio che una dieta frugale ma ricca di antiossidanti naturali può aiutare a fronteggiare meglio lo stress ossidativo del vivere e logico che la medicina moderna raccomandi a tutti, delle diete ricche di verdure e frutta e povere di grassi.
Osteoporosi e apporti privilegiati di calcio
L’osteoporosi oltre ad essere un retaggio tipico della terza e quarta età, coinvolge anche il periodo menopausale femminile con delle conseguenze patologiche di notevole rilevanza medico-sociale.
In Italia la popolazione anziana è caratterizzata dalla prevalenza del sesso femminile.
L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da ridotta densità della massa ossea e da alterazione microstrutturale del tessuto osseo, responsabili di una incrementata fragilità dello stesso e di un conseguente aumento del rischio di fratture. L’espressione clinica dell’osteoporosi si manifesta, con le fratture femorali e vertebrali.
Nei paesi a più alto sviluppo, l’osteoporosi sta diventando un problema di sanità pubblica, a causa della morbilità, della mortalità e dell’alto costo sociale delle fratture ad essa associate.
Eziopatogenesi multifattoriale dell’osteoporosi senile
Fino a pochi decenni fa l’osteoporosi è stata accettata con rassegnazione quasi fatalistica come un portato inevitabile dell’invecchiamento. Se questo è in gran parte vero è altrettanto certo che migliorando il grado di conoscenza e quindi di responsabilizzazione dei cittadini, si possono ridurre o ritardare notevolmente gli eventi più dolorosi e invalidanti.
La certezza che per fronteggiare una patologia cronica e multifattoriale, occorra un impegno multidisciplinare ed il coinvolgimento di più specialisti, per anticipare i tempi di alcuni interventi che non possono essere rimandati al geriatra.
Il fabbisogno e la biodisponibilità del calcio restano comunque un punto fondamentale per la prevenzione sia pure entro la cornice di uno stile di vita adeguato.
Il latte e i suoi derivati coprono, quasi i due terzi della quota di calcio raccomandata dagli esperti.
Quando per una vera intolleranza al lattosio si escludono questi alimenti, non è facile capitalizzare nella dieta quel grammo di calcio giornaliero che i LARN assegnano agli anziani.
Si ritiene che l’effetto combinato della menopausa e dell’invecchiamento porti mediamente ad una riduzione del 20-25% della capacità di assorbimento e di deposizione del calcio nelle donne di età compresa fra i 40-60 anni.
La perdita di calcio è massima nei primi cinque anni che seguono la menopausa fisiologica ed un eventuale sostegno ormonale, per la prevenzione dell’osteoporosi femminile, risulterà più vantaggioso nell’immediato post-menopausa.
L’attività fisica
Un doveroso accenno va fatto all’attività fisica che tutti gli specialisti reputano ormai utilissima.
No importa quale attività fisica, perché uno stile di vita fisicamente attivo è più importante del tipo specifico di esercizio. L’esercizio fisico abituale sarà tanto più utile per lo scheletro in rapporto alla disponibilità alimentare di calcio.
La triade “ereditarietà, esercizio fisico, alimentazione” domina dunque il destino delle nostre ossa.
I fattori genetici influiscono molto, ma l’attività fisica e l’apporto di calcio alimentare sono gli elementi meglio controllabili da chiunque.
La sostanza che chiamiamo vitamina D, ha un ruolo importante nel sistema di regolazione del calcio. Il calcio infatti può essere assorbito con un meccanismo di trasporto attivo o con la diffusione passiva. In carenza di vitamina D, oppure quando manca la possibilità di esporsi ai raggi solari, si riduce la capacità di adattamento ad una dieta povera di calcio.
Si può convenire che pur nella molteplicità delle concause favorenti, la nutrizione ha un ruolo non secondario nella comparsa e nel decorso dell’osteoporosi, se non altro per l’innocuità e i vantaggi preventivi di un trattamento dietetico adeguato.
Massima personalizzazione degli schemi dietetici
La prescrizione di una dieta, è sempre un atto da perfezionare in base ai dati raccolti nell’anamnesi alimentare, alle abitudini, alle preferenze o alle avversioni dei pazienti per alcuni cibi.
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